“Il Mediterraneo: Non un mare di confine e limite, ma un luogo di prospettiva e orizzonte”.

E’ forte la necessita’ di ragionare sulle cose, ma con la testa e non con la pancia, ha affermato l’arcivescovo Felice Accrocca

E’ comodo gridare: Alla forca! Guardiamo invece in volto questi migranti. Se ne e’ parlato nel corso del convegno sul “Mediterraneo” a cui ha anche partecipato il console della Tunisia: Le nostre donne oramai hanno piu’ diritti di quelle italiane

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose e lo Studio Teologico di Benevento hanno promosso al Seminario Arcivescovile di viale degli Atlantici, un convegno sul tema: “Il Mediterraneo: Non un mare di confine e limite, ma un luogo di prospettiva e orizzonte”.
Ad aprire i lavori, è stato Giovanni Liccardo, prefetto dello Studio Teologico “Madonna delle Grazie” il quale ha esordito attaccando Matteo Salvini.
Permettiamo che ci siano reclusi nei lager libici o che le persone anneghino nel Mediterraneo che è stato sempre un mare di contrasti, ma mai si era arrivati a fare a gara a chi costruisce il “muro” più alto.
Don Leonardo Lepore, direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi “San Giuseppe Moscati”, ha sottolineato come l’incontro si ponga come linea di confronto con i problemi nel nostro tempo. L’invito è a mediare e studiare le idee ed a non andare mai contro le persone.
L’appello è anche ad ascoltare molto ed a conoscere i problemi.
Beya Abdelbaky Fraoua, console della Tunisia a Napoli, Campania e regioni meridionali, ha trattato il tema: “Civiltà, identità e religioni del Mediterraneo”.
In un italiano accettabile, Abdelbaky Fraoua ha detto che la Tunisia è abitata da gente che appare essere un po’ siciliana e viceversa. Abbiamo, infatti, una città, la Piccola Sicilia, con 100mila abitanti molti dei quali sono siciliani.
Alla fine degli anni Quaranta, dal 1947 al 1950, gli italiani che giungevano da noi, numerosi, venivano rinviati indietro dalla nostra polizia perché non c’erano degli accordi tra i due Paesi. Eravamo, peraltro, ancora sotto la colonizzazione francese.
Ora è perfettamente il contrario, sono i tunisini che vogliono arrivare in Italia perché da noi ci sono problemi di natura economica.
Scelgono di andare via anche senza visto e quindi arrivano sulle vostre coste da clandestini alla ricerca di un lavoro e di benessere senza sapere che anche in Italia le cose non vanno bene, ma lo stesso è anche in Francia ed in Germania, e che anche qui in Italia ci sono tanti disoccupati.
Quando di queste cose noi autorità parliamo con i nostri giovani ci dicono che non è vero.
La verità è che loro guardano la vostra televisione e vedono solo le cose belle dell’Europa.
Rimane comunque in loro il sogno dell’Europa così come lo fu l’America per gli italiani.
Dal 1956/57 e poi con il 2011, abbiamo accordi che consentono all’Italia di rimandarci i nostri concittadini entrati senza visto.
Diciamo anche però che i tunisini che arrivano in Italia non sono poi molti.
I migranti per la maggior parte sono libici ed appartenenti ad altri popoli africani.
Il Mediterraneo era il Mare Nostrum, ora sta diventando solo un immenso cimitero in quanto non c’è la politica tra le due sponde del Mediterraneo.
Non ci sono accordi con le altre nazioni, ha proseguito il console, tranne che con la nostra.
Comunque sia, i tunisini dopo un po’ di tempo, vanno via da soli dall’Italia e si orientano verso la Francia o la Germania.
Non sono però persone che danno fastidio.
Il nostro è un Paese molto aperto ed i tunisi del nord sembrano oramai degli italiani.
Le nostre donne hanno tanti diritti e certamente addirittura più di quelle italiane (dalla sala qualcuno ha mosso qualche dubbio ma il console ha confermato: E’ proprio così, ha detto).
Anche la nostra Costituzione è molto moderna ed abbiamo un regime politico simile a quello italiano, anche se non è molto buono.
Anna Carfora, docente di Storia della Chiesa Medievale e Moderna alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione “San Luigi”, e direttore dell’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” ha parlato sul tema: “Mediterraneo. Prospettive storiografiche e immaginario culturale”.
E’ emerso nel dibattito nazionale la grande quantià di visioni distorte che circolano sul Mediterraneo, dal conflitto di religione, alla invasione dei migranti, visioni che poi però hanno delle ricadute.
Lasciamo che prosperino per poi creare il dissenso intorno ad esse.
C’è grande discrepanza tra quello che è questo mare e quello che di questo mare si dice.
Nel mentre esso è un mare che ha sempre messo in circolazione la gente, oggi si aumenta lo scontro.
Allora, se vogliamo pensare ad un Mediterraneo diverso, ha proseguito Carfora, bisogna fare piazza pulita delle distorsioni ideologiche o della ignoranza storica.
Un altro mediterraneo, ha concluso la docente, si può avere solo se si va al cuore del problema e se così è dovremo fare un po’ tutti il mea culpa.
I lavori sono stati chiusi dall’arcivescovo Felice Accrocca  che ha sottolineato ancora una volta come ci sia la necessità di ragionare sulle cose ma con la testa e non con la pancia. E questo non è mai un atteggiamento scontato.
Peraltro se noi andiamo dagli altri, ha proseguito l’arcivescovo, perché questi altri non dovrebbero poter venire da noi?
Si tenga conto che a Londra, ad esempio, ci sono ben 200mila italiani.
La parola chiave, assieme a ragionare, è: Comprendere e non giudicare.
E’ comodo gridare: Alla forca!
Guardiamo invece in volto questi migranti.
La seconda parola è sognare con i piedi per terra ed è il compito dei vari progetti.
Ed a proposito di sogni concreti, monsignor Accrocca ha parlato del confronto tra Giorgio La Pira, sindaco democristiano di Firenze per tre consiliature (e dunque tanto scemo non era…, ha detto monsignor Accrocca), che aveva grandi intuizioni sul Mediterraneo, e Sadat a cui chiese di riaprire il canale di Suez.
Fu lo stesso Sadat a raccontare poi di un suo sogno dove protagonista era stato una specie di monaco che gli aveva chiesto di aprire quel canale, anche in sogno.
Pochi giorni dopo La Pira morì e Sadat non solo lo commemorò con un  discorso funebre di 20 minuti, ma due giorni dopo riapri anche il canale.
Il sogno, da solo, senza comprendere e senza un aggancio, non serve.
Bisogna allora partire dalla comprensione, ha concluso monsignor Accrocca, comprendendo le ragioni degli altri e poi sognare insieme.
E’ un sogno già convivere in un condominio …
Sognare a misura piccola si deve, ma anche su scala più grande.

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Collegato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale.
Promosso dalle Arcidiocesi di Benevento e Campobasso-Bojano, dalle Diocesi di Avellino e Cerreto S. Telese T. - S. Agata de' Goti e dall'Abbazia di Montevergine